Perché andare a Istanbul

“No, cavolo, Istanbul, no!!!!”.

Questo è quello che, ultimamente un po’ troppo spesso, penso quando leggo notizie come quella di ieri sera. Soffro veramente quando penso a Istanbul e alla sua bellezza così brutalmente ferita.

IMG_6322Perché Istanbul è qualcosa di bello davvero, qualcosa di incredibilmente bello; anzi, credo sia la città più bella che io abbia mai visto finora. Osservandone il profilo all’ora del tramonto dal ponte di Galata risulta persino difficile credere che possa nascere dalla mano dell’uomo una bellezza così.

Sicuramente sarà capitato anche ad altri viaggiatori; ma io quando ripenso ai miei giorni a Istanbul ricordo la meraviglia e lo stupore cogliermi a ogni passo. Forse perché era la prima volta che mi spingevo così a Oriente, così come era la prima volta che entravo in una moschea. Stare con il naso all’insù per osservare i mille colori sulle pareti della Moschea Blu e scoprire il profondo rispetto che ha la gente, lì, quando varca la soglia di un luogo sacro, è una delle emozioni più forti che ho mai provato durante i miei viaggi.

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Difficile (almeno per me) non percepire quanto a Istanbul tutto è poesia: il canto del muezzin che rimbalza da una moschea all’altra, il volo dei gabbiani, il blu acceso di un mare così vissuto e attraversato. Ti affascina persino il contrasto tra un quartiere come Uskudar, nel cuore della Istanbul più asiatica (e forse più autentica), con il suo emporio a cielo aperto, dove turisti se ne vedono pochi e dove i bambini assaltano le auto degli sposi per racimolare qualche spicciolo, e una passeggiata serale nella movida di Istiklal Caddesi, dove il velo in testa cede il passo a minigonne, tacchi e t-shirt di ispirazione americana e dove ti sembra di guardare le vetrine di una qualunque capitale europea. Uskudar e Istiklal Caddesi, due facce opposte della stessa meraviglia.

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Non posso non menzionare il cibo, perché anche quello, in qualche modo, mi ha colpito: in particolare, l’accostamento tra il pane (o la sfoglia) e i ripieni più golosi mi ha ricordato tanto alcuni dei sapori che più amo della mia Sicilia. Così come la possibilità di fare spuntini più o meno abbondanti a ogni angolo della strada e a qualunque ora del giorno e della notte.

IMG_6691 copiaA Istanbul è poesia persino il contrasto tra il fascino delle aree più turistiche e la fatiscenza degli edifici intorno al porto di Karakoy, che sembrano abbandonati (o forse lo sono davvero), in attesa che il vento e la salsedine li consumino. Ma Istanbul è talmente bella che persino la decadenza le dona. Perché si rimane così affascinati dai suoi colori: l’arancio del tramonto sul mare, le superfici brillanti degli oggetti tra le botteghe del Gran Bazar, l’arcobaleno verticale della scalinata di Gezi Park (purtroppo, però, leggo che è stata distrutta), le luci dei localini di Ortakoy, i muri delle case di un qualsiasi quartiere residenziale. 

Bisognerebbe starci settimane, in questa Istanbul assetata di Europa ma ancorata all’Asia, per avere un quadro completo delle sue meraviglie. Per imparare a districarsi tra i vicoli stretti dove persino i tassisti si perdono, per provare a contrattare sull’acquisto di tappeti e lampade magiche, per fermarsi ad ascoltare il canto del muezzin e per osservare a lungo gli sguardi della gente. Osservare l’eterogeneità dei colori e dei caratteri della gente di Istanbul, in barba a qualsiasi pregiudizio e stereotipo.

Come sempre inserisco nel post qualche foto, giusto per accompagnare la scrittura. Ma più le guardo e più mi rendo conto di quanto sia impossibile racchiudere in uno scatto il fascino di una città simile, fascino che deriva dall’accostamento di elementi (architettonici, culturali, sociali, ecc.) così diversi e così numerosi che è impossibile che entrino tutti in una fotografia. Ma neanche in un intero album.

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