Ritorno a Milano (per poche ore)

Dopo averci vissuto per 7 anni era quasi impensabile dedicare a Milano soltanto un post.
E così eccomi qui, a buttare giù le sensazioni provate nell’arco di poche ore, mentre mi trovo a Milano per risolvere una bega (fortunatamente finita bene) legata alla mia ex casa.
La mia ex città mi accoglie con il panorama poco poetico dei palazzoni che circondano, opprimendola, la stazione di Rogoredo e che mi ricordano uno dei tanti motivi per cui sono andata via. Corro (adeguandomi subito all’andamento della gente) verso la metro e, giunta sul binario, mi coglie una sensazione assurda: in attesa, su quei binari, mi sembra di esserci stata per l’ultima volta un giorno fa; e invece sono trascorsi almeno sei mesi. In vettura mi concentro sul caos stridente e assordante che entra dai finestrini aperti e sulla velocità con cui viaggiamo. Si vede che ormai ho perso l’abitudine a quel tipo di tragitto, a venire assordata quasi ogni giorno,  ad avere la sensazione che la metro ti sfugga via da sotto il sedere e si vada a schiantare da qualche parte. Erano ritmi miei finché ho vissuto lì ma che, adesso che vivo da un’altra parte, ci ho messo un attimo a perdere. Eppure, ripeto, tutto mi sembra così usuale e concreto che è come se su quel treno non abbia mai smesso di salirci.

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Risolte le beghe della ex casa, mi lascio alle spalle l’alienante fila di sportelli compressi tra loro dentro la sala dell’ufficio comunale e ho ancora qualche ora a disposizione. Sono in pieno centro, ho passato i palazzoni anonimi di via Larga, il traffico di incroci tra auto e tram, gli uomini in giacca e cravatta che rientrano dalla pausa pranzo, le tipe che indossano i tacchi anche per andare in bagno. La facciata laterale del Duomo che fa capolino da una piccola via mi fa venire in mente che un saluto forse potrei anche farglielo.
E così eccomi in piazza Duomo, luogo che in vita mia ho attraversato a tutte le ore del giorno e della notte e che ho sempre ammirato, sia sotto la luce del sole e sia con i colori della sera.  Sono circondata da poliziotti che sorvegliano, turisti tedeschi arrossati e spagnoli sorridenti. Anche qui la sensazione è la stessa di prima: ma veramente ho salutato questa piazza sei mesi fa?
Fa caldo, sono le ore peggiori, ma di rinchiudermi in stazione centrale con almeno tre ore di anticipo non ho nessuna voglia. E così mi lascio andare, lascio che siano i miei piedi a guidarmi e a indicarmi un percorso che nell’arco di sette anni avrò compiuto centinaia di volte. Si apre davanti a me via Torino, con la sua fila infinita di negozi frequentati solo dai turisti. E mi accorgo che qualcosa di piccolo, quasi impercettibile, è cambiato dall’ultima volta che ci sono stata. Man mano che procedo nella mia camminata mi rendo conto che Milano, in questi mesi, è andata avanti anche senza di me. Lo vedo nelle gelaterie nuove, nei negozi di abbigliamento che sono stati sostituiti e in quelli che invece sono ancora spazi vuoti. E la riflessione sorge spontanea: mi sa che io, invece, non sono andata molto avanti senza di lei. A parte essermi trasferita nella città che amo, per il resto mi sa che sono ancora in attesa di tempi migliori.
Giungo alle Colonne, uno dei pochi posti di Milano che salverei, e percorro una strada piena di ricordi, dove a ogni angolo mi si accende in testa la lampadina di una scena vissuta in quei sette anni. Quando mi trasferii qui, nel 2008, questa era la zona che subito mi aveva colpito: i sabato sera passati in gruppo, seduti per terra a chiacchierare con una birra da pochi euro in mano mi avevano ricordato Bologna, la spensieratezza da studente, e mi ero illusa di poterla ritrovare anche lì. 

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Anche la Darsena è rimasta uguale (alghe acquatiche a parte), e io che temevo che dopo Expo sarebbe andata persa! E i Navigli così sgombri credo di non averli visti mai; oggi, sotto il sole cocente,  erano tutti per me, assieme ai loro cortiletti nascosti, al bellissimo vicolo dei Lavandai, ai ponti e alle gallerie d’arte. E poi ancora via Casale e Porta Genova, dove tante volte ci siamo dati appuntamento e dove, puntualmente,  mi è toccato aspettare i ritardatari. 

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E siccome, già che ci sono, voglio farla completa, decido di lasciar perdere la metro e di percorrere la strada fino alla stazione in tram. È lunga, ma nei miei anni a Milano ho percorso tragitti peggiori (sempre con i tram). E poi ho voglia di attraversare il quartiere dove ho avuto la fortuna di abitare negli ultimi anni. E anche lì, stessa storia: come se l’avessi lasciato il giorno prima, con la sua piccola movida, le sue passeggiate serali, la vineria piena di gente chiassosa e la mia gelateria preferita. 
È strano sentirmi così, dato che a volte mi sembra di vivere da sempre a Bologna. E ancora più strano il fatto che stessi cercando l’ispirazione per il prossimo post e che l’abbia trovata proprio nella città dalla quale sono fuggita, ormai sei mesi fa.
Mentre percorro la mia strada dei ricordi mi chiedo quanto di un posto rimanga in ognuno di noi; mi sembra di capire che la risposta non è sempre immediata e soprattutto non è mai semplice. Cosa ci manca e cosa non ci manca di un posto dove abbiamo vissuto lo capiamo solo dopo tanto tempo. Io resto convinta del fatto che Milano non mi manca, mentre Bologna è fatta su misura per me. Però è chiaro, sette anni sono tanti, non si cancellano con un colpo di spugna. E credo di portarmi dappresso tanto, di Milano, e credo anche che vivere qui mi abbia cambiata parecchio. Da tante cose sono fuggita;  altre, invece, me le tengo strette volentieri, al punto che mi sembra di non averle mai lasciate.

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La mia visita a Milano termina con l’arrivo in stazione, luogo che con Expo hanno cercato di rendere più sicuro ma che di certo non è mai diventato meno caotico. Là dentro regna la totale anarchia dei movimenti, la gente corre a destra e a sinistra freneticamente, gli annunci si ripetono senza sosta, il vociare rimbomba a tutte le ore. Pensare di stare fermi fissi in punto in attesa di conoscere il binario del proprio treno è quasi un’offesa a tutto quel vortice di corpi, valige e parole. Ma della stazione centrale di Milano parlerò sicuramente più avanti.
Il treno parte, si allontana su binari che sembrano infiniti e dal finestrino osservo quartieri immensi che non riconosco e che credo quindi di non avere mai frequentato nell’arco di sette anni. E si fa strada l’ultimo pensiero prima di allontanarmi di nuovo per chissà quanto tempo, con un misto di stupore e malinconia: ma quanto sei grande, Milano?