Sguardo in su e occhi lucidi

In linea di massima, quando si viaggia è tutto bello. L’entusiasmo ti fa innamorare di qualsiasi cosa tu veda in giro, che sia un monumento pazzesco o che sia un misero angolino stretto all’interno di un vicolo. Purché sia qualcosa che non sei tanto abituato a vedere nei dintorni di casa tua, che ti risulti nuovo. Ogni posto ha il suo fascino, e siamo d’accordo.

Ogni posto ha i suoi highlight, i luoghi imperdibili, quelli che tutti conosciamo anche se non ci siamo mai stati, quei simboli distintivi che solo lì puoi vedere. E siamo d’accordo anche su questo. (Che poi, per me, vale la pena esplorare anche quando highlight non ce ne stanno, figuriamoci!)

Quanti di questi luoghi ci hanno veramente dato i brividi? Ci hanno emozionato al punto da farci spuntare qualche lacrima o persino accelerare i battiti? Quanti sono quei posti che ci hanno dato l’impressione che fossero davvero unici, di fronte ai quali abbiamo sussurrato dentro di noi un “finalmente sono qui, ce l’ho fatta a vederlo!” pieno di soddisfazione?

A me è capitato cinque volte finora… E sono uscita dall’Europa solo una volta, quindi chissà cosa mi aspetta in posti più esotici dove le tappe imperdibili sono quelle di panorami mozzafiato e paesaggi da sogno!

Comunque, le mie cinque volte le ricordo tutte ancora molto bene. Si tratta di cinque luoghi che avranno fatto lo stesso effetto a tanti. In comune hanno lo stupore che mi ha invasa, gli occhi pieni di meraviglia, la lacrimuccia di cui sopra. Ve le elenco e, dato che non oso neanche provare a fare una classifica di quello che mi è piaciuto di più o di meno, scelgo un ordine rigorosamente cronologico.

Il primo è la Tour Eiffel, della quale non ho manco una foto. Cioè, qualche foto stampata ce l’ho sicuramente ma sepolta in chissà quale cassetto della mia casa in Sicilia. All’epoca non si usavano ancora gli smartphone e manco le fotocamere digitali. Pazienza, toccherà ritornarci! Era la prima volta che viaggiavo all’estero, quindi ero già su di giri per questo motivo. Avevo la possibilità di mettere alla prova il mio primo anno di studio del francese, altro motivo che mi gasava. Ma quando mi sono trovata lì davanti alla torre, così immensa, così alta, non ho davvero capito più niente. E l’ammiravo, perché era bella davvero. Di giorno, con i colori del tramonto, di sera, quando si illuminava il count down per l’anno 2000 (cavolo, sono passati sedici anni…. aiuto!!). Sono salita fino al secondo piano (le mie vertigini mi hanno implorato di risparmiare loro la cima) e… Vabbè, l’immensità di Parigi vista dall’alto, che ve lo dico a fare!

E poi c’è stata lei, che ho visto già due volte ma non mi stancherò mai di tornarci ancora. East Side Gallery, il mio simbolo della street art per eccellenza. Anzi per me rappresenta un simbolo di tutto: di una storia, di un dolore, di una caduta e della sua conseguente rinascita, di una vita passata solo da un lato di un muro, di un ponte tra due mondi, di una città che si riprende prepotentemente quello che le hanno tolto, di tanti significati resi arte, di una crescita, di un’intera città ma anche di un intero mondo, di una tavolozza di colori senza contorni e senza limiti, delle voci di tanti artisti provenienti da ovunque che hanno lasciato un contributo impagabile, una macchia di colore che brilla di speranza, coraggio e voglia di cambiare le cose. Berlino è il mondo, lungo quel chilometro di muro.

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E veniamo al London Tower Bridge, altra meraviglia in una Londra della quale ho amato veramente pochi angoli (ve ne parlerò presto). Anzi, forse proprio per questo l’ho apprezzato tanto, perché è un luogo magico nel centro di una città dove, francamente, io non vivrei manco pagata. Anche lui, fantastico in ogni momento del giorno, della sera e della notte. Uno dei pochi ponti che non perde neanche un grammo della sua eleganza a causa del traffico che lo attraversa. Ci sono rimasta diversi minuti, su quella panchina davanti alla statua della Bambina con il Delfino, ad ammirarlo. E gli ho scattato decine di foto da ogni lato e prospettiva.

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La Moschea Blu, in quel luogo magico che è il quartiere Sultanahmet di Istanbul, della quale ho già ampiamente tessuto le lodi qui sul blog. Sarà che era la prima volta che entravo in una moschea, sarà che lì dentro si respira un’atmosfera molto diversa rispetto ai luoghi di preghiera più occidentali, sarà che le luci che entrano dalle vetrate hanno dei colori irripetibili, fatto sta che lì dentro il cuore mi si è riempito di botto. E anche gli occhi devo dire. La magnificenza è totale, la sacralità non viene intaccata neanche dalla presenza delle decine di persone che ci entrano ogni giorno per visitarla. Ed è una sacralità intima, e tu puoi invaderla con la tua fotocamera solo fino a un certo punto: nello spazio di preghiera vero e proprio al turista è vietato sconfinare. Mi ha emozionato più di Hagia Sophia, che comunque è un’altra bellezza rara.

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E, per finire, la Mezquita di Cordoba. Un luogo assurdo. Un luogo dove il tempo si è fermato e non solo lui. Gli archi e le colonne che si ripetono all’infinito, infatti, fanno credere che anche lo spazio sia fermo e ti arrivi quasi addosso senza però opprimerti. È difficile da spiegare, andateci e vi renderete conto. Ti trovi davanti a una ripetizione geometrica perfetta che non stanca mai, un qualcosa di mai visto (almeno per me), un corridoio quasi buio che si oppone alla luce che entra dalle estremità dell’edificio. Altro stupore, altra magnificenza, altre lacrimucce che scendono.

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