Andalusia on the road

È passato poco più di un anno dal mio on the road in Andalusia. Che ricordo con particolare affetto anche perché è stato il mio primo on the road in assoluto. Caldo bestiale a parte (te credo, era agosto) rifarei questo viaggio almeno una decina di volte. Tornata a casa ho dovuto fare i conti con la voglia matta di ritornarci al più presto, magari per scoprire tutto quello che non abbiamo visto. E, credetemi, in Andalusia bisognerebbe starci almeno un mese per vedere tutto (e forse manco basterebbe).

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“Una faccia, una razza”: chi lo sa se gli andalusi e i siculi sono consapevoli di quanto si somiglino. Fatto sta che quando penso all’Andalusia la prima cosa che mi viene in mente è quanto io mi sia sentita a casa. La forte somiglianza che questa fantastica regione ha con la Sicilia la vedi in tante piccole e grandi cose: nelle file di palme sparse ovunque, nella forma delle piazze, nei vicoli stretti pieni di tesori, nei borghi di casine bianche. E poi, nel modo di vivere: quando la spiaggia, in estate, diventa la tua seconda casa (con tanto di barbecue) e ci resti fino a sera, quando i paesini di mare si riempiono del profumo di pesce fritto e la gente esce a passeggiare sul lungomare, quando è l’ora di prendere un paio di sedie e riunirsi a fare due chiacchiere sul marciapiede davanti casa, osservando i passanti.

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E la sera si fa tardi, non si cena prima delle 22.00. E le città si vivono intensamente fino alla fine della notte, per non sprecare neanche un minuto di vita.

Dall’eleganza di Siviglia alle porticine colorate e addobbate di fiori di Cordoba, dalla frenesia di Granada fino ai panorami di Ronda e alle spiagge infinite della costa tra Cadice e Gibilterra, mi sono lasciata affascinare da ogni particolare del mio tour andaluso.

Ho amato tanto dell’Andalusia, al di là della somiglianza con la Sicilia. Vediamo se ce la faccio a riassumere questo “tanto”:

Siviglia è un gioiello. L’ho adorata dall’inizio alla fine. È stata il mio benvenuto in Andalusia, la città del coloratissimo Barrio centrale, del quartiere di Triana in festa e della magnifica Plaza de Espana. 

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L’architettura piena di fascino, che ti racconta di culture e paesi lontani. La magnificenza esagerata degli edifici religiosi ricchi di sfarzo e oro, i monasteri e gli Alcazar che racchiudono giardini immensi e meraviglie segrete. Una grandezza, quella di chiese e monasteri, che racchiude in sé secoli di storia e di popoli; una grandezza che si contrappone armoniosamente alle stradine strette, alle case scolpite nella roccia e ai quartieri arroccati sulle colline.

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I panorami, la vista che si tinge del verde e del marrone delle colline al centro delle quali brillano le città bianche. L’immagine dell’Alhambra illuminata vista dal Mirador San Nicolas ti ripaga pienamente della fatica fatta per arrivare fin lassù ed è qualcosa che non dimenticherò mai.

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Il cibo, senza ombra di dubbio. E la dolcezza della sangria, il mio toccasana della sera. E quella ricchezza di sapori tutti diversi, altra cosa che indubbiamente l’Andalusia condivide con la Sicilia. Avrei continuato a rimpinzarmi di tapas ancora per mesi.

Le località di mare, con i lungomare pieni di locali immensi dove gustare fino a tardi il pesce del giorno, i negozietti di souvenir colorati, i giorni che passano basando la vita esclusivamente sulla presenza del mare e della spiaggia. La casa, in posti come Barbate e Zahara de los Atunes, ti serve giusto come appoggio.

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Le autostrade poco autostrade, circondate solo dai colori della campagna e dalle colline bruciate dal sole. E da qualche impianto eolico. E, su tutto, scorre l’immensità di un cielo azzurro sempre limpido.

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In generale, ho ritrovato tanto di quello che solitamente si dice degli spagnoli (ma anche dei siciliani): l’allegria spensierata, per cui ogni occasione è buona per fare festa, la voglia di stare bene e di godersi la vita, l’idea che per divertirsi basta poco, giusto una birra e un gruppo di amici intorno a un tavolo fino a tardi.

 

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