Viaggio a Dublino

dsc05178Ecco un altro posto dal quale sono tornata pensando: qui ci vivrei (per la cronaca: sono tre, finora, le città straniere che mi hanno messo questo desiderio addosso. Oltre a Berlino e Amsterdam ce n’è una terza che è quella di cui vi parlo oggi).

Dublino l’avevo sognata per anni. Desideravo andarci sin dai tempi del liceo, quando presi a cuore la questione irlandese al punto tale da costruirci su la mia tesina interdisciplinare che ho portato all’esame orale della maturità. L’Irlanda, ai miei occhi, rappresentava una terra di grandi rivoluzioni, di dure lotte, la protagonista di film meravigliosi come Micheal Collins e Nel nome del padre e di opere con le quali la prof di inglese ci aveva fatto una testa tanta come i Dubliners e l’Ulisse di James Joyce. E mi affascinava il fatto che la conoscessi come la “verde Irlanda”, terra di castelli, parchi e scogliere mozzafiato.

E poi, cosa per me non da poco, si trattava del luogo che aveva dato i natali ad alcuni dei gruppi musicali con i quali all’epoca mi stordivo spesso, tipo U2 e Cranberries (con i quali comunque mi piace stordirmi anche adesso). Tra l’altro, la mia passione musicale per l’Irlanda affonda le sue radici anche nel periodo in cui tentavo (con scarso successo) di riprodurre con la mia chitarrina Irish tunes dai ritmi struggenti (ma forse devo ammettere che a essere più “struggente” di tutto era il risultato che ottenevo io strimpellando non proprio a tempo. Eppure, mi impegnavo e ci credevo tantissimo!).

E il bello è che, quando finalmente io e la mia migliore amica siamo partite per Dublino mi sono resa conto che la città è assolutamente come l’avevo sempre immaginata. E forse è per questo che, non appena rientrata dal viaggio, mi sono presa qualche ora per iscrivermi a tutte le newsletter di cercalavoro irlandesi che sono riuscita a scovare.

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Mette allegria, Dublino. E questa è la cosa che più mi porto dentro di quel viaggio. Mi ha colpito tanto la voglia di divertimento che si respira tra le vie centrali, il fatto che tutte le sere, in tutti i pub, ci sia musica dal vivo che richiama al suo cospetto gente di tutte le età (e sottolineo: di tutte le età), pronta a scatenarsi tra i tavoli. E mi è sembrato fantastico che alla gente bastasse così poco per divertirsi: una chitarra (non necessariamente amplificata), una voce e tanti brani popolari. E fiumi di birra, ovviamente. A proposito: credeteci quando vi dicono che la Guinness lì ha un altro sapore, perché è vero. Tant’è che io non sono più riuscita a berla, una volta tornata in Italia (e non perché in viaggio abbia esagerato, eh. Nonostante la ficcassimo pure nel menu della colazione e negli spuntini non mi ha mai nauseato. Anzi, è una di quelle cose che più ne bevi e più ne vuoi). E non c’è solo il Temple Bar (dove comunque è d’obbligo mettere almeno un piede dentro, folla permettendo): i pub sono tutti imperdibili, e la sera l’atmosfera è fantastica, le strade si riempiono di vita, luci, musica.

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Stupenda e facile da girare, se hai pochi giorni di tempo e non hai programmato escursioni nei dintorni puoi anche evitare di prendere i mezzi pubblici. Noi abbiamo avuto la brillante idea di visitare anche Howth, paesino di pescatori a 20 minuti di treno dove abbiamo avuto la stragrande fortuna di beccare una specie di sagra del pesce, con tanto di sole, grigliate sparse, capannoni e allegria. E abbiamo visto un faro stupendo. E abbiamo respirato il profumo di un mare nordico. E fatto amicizia con le fochine del porto (io le chiamo fochine ma credo fossero leoni marini).

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Nota un po’ meno divertente: la temperatura. E il vento folle. Noi eravamo partite da Bologna il 25 aprile con 25 gradi e a Dublino ne abbiamo trovati 3. Per la gente evidentemente era già primavera inoltrata: minigonna o pantaloncini, scarpe aperte e magliette a maniche corte potevano andare più che bene anche di sera. Io e la mia amica, invece, che essendo entrambe sicule soffriamo giusto un tantinello le temperature sotto i 15 gradi, andavamo in giro in tenuta da omino Michelin. E un paio di volte ci hanno anche fermato appositamente per prenderci in giro. A parte questo, però, gli irlandesi sono gentili e dei gran simpaticoni.

Sono belli anche i colori, nella primavera di Dublino, e sono anche tanti: c’è il verde acceso di St. Stephen’s Green, c’è l’esplosione di fiori nel giardino del Trinity College, ci sono le mille tonalità delle casette sulla riva centrale del fiume, c’è il mattone-ruggine acceso sulle pareti di alcuni palazzi nelle vie più commerciali.

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E niente, mi sono portata via da quel viaggio una voglia matta di ritornarci. Magari, però, la prossima volta organizzerò un on the road alla ricerca di quelle scogliere e quei castelli lungo le contee sperdute della verde Irlanda che sognavo da ragazzina.