Mozambico a Natale: la mia prima volta in Africa

img_4794L’Africa che ho visto è una capitale (Maputo) dai viali larghi, percorsi dai veicoli all’interno dei quali i locali si ammassano l’uno sull’altro e dalle jeep dove i ricchi stanno invece comodamente spaparanzati. Un centro storico disseminato di ambasciate e hotel eleganti che convivono con palazzacci malandati così alti che sembrano voler toccare il cielo. Un lungo mare che si estende per chilometri e che brulica di vita, tra palme gigantesche, pescatori di mitili e ambulanti. Una marea che non è mai uguale a se stessa, che con i suoi movimenti scandisce le ore del giorno e della notte e che scivola sulla sabbia più soffice che i miei piedi abbiano mai toccato. E poi gli occhi neri e profondi della gente, quei loro capelli folti e lucidi, il portamento elegante delle donne che camminano dritte e fiere pur trasportando pesi enormi sulla testa. E il contatto con la straordinaria musicalità della lingua portoghese.

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La mia prima volta in Africa è stato il Mozambico, un paese che sarà anche in crescita ma dove non puoi non notare le differenze tra come vive chi ci è nato e chi si è trasferito per lavoro. E te ne accorgi specie se, lasciandoti alle spalle residence e hotel di lusso, ti allontani dalla città e percorri le periferie delle capanne, delle strade dissestate, dei bimbi che lavorano assieme agli adulti e che camminano in mezzo incuranti delle auto che passano. 

L’Africa, per me, è un continente di sorrisi e di colori, dove non conta che lingua parli perché il modo di entrare in contatto si trova comunque. Dove si vive e si sta allegri nonostante tutto. E sarà una banalità ma tu, piccolo occidentale, davanti a tutto questo non puoi fare altro che sentirti in colpa per tutte le volte che hai aperto bocca per dare spazio a lamentele sterili e attacchi di noia.

La mia prima volta in Africa è stata anche il mio primo bagno nell’oceano caldo, su una spiaggia deserta costeggiata da alberi e sotto un cielo così limpido da commuovere. Macaneta, dove si arriva attraversando un fiume di piante su uno dei battelli più carichi e più instabili che abbia mai visto, e che tuttavia scivola liscio su quel tappeto di acqua e alghe come se ci fosse nato dentro.

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È stato il sapore dolce del mango, la scoperta di piatti esotici, il pesce fresco dai colori mai visti. La bravura degli artigiani che espongono qualsiasi tipo di oggetto alla Feira di Maputo e che non ti lasciano andare via se prima non hai comprato qualcosa a ogni bancarella. 

Ma è anche il verde brillante delle colline dello Swaziland, i tramonti accesi su Maputo, la natura selvaggia e incontaminata del Sudafrica. E, non ultimo, l’incontro con gli animali “veri”, quelli che non stanno chiusi in gabbia, quelli che nascono, crescono e muoiono a casa loro, quelli che hanno chilometri a disposizione per campare felicemente. 

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L’Africa, per me, è anche e soprattutto il ricordo di un Natale felice, un Natale estivo con più di 25 gradi, durante il quale i membri di una famiglia che vivono a migliaia di chilometri di distanza l’uno dall’altra si sono riuniti in un paese a sua volta a migliaia di chilometri di distanza dalla loro città di origine. Giorni di Natale dove, a parte scoprire un pochino di Africa, è stato bello stare insieme, conoscere persone stupende, alternare le cene familiari alle visite nei dintorni.

E, per finire, il mio viaggio in Africa è stata la mia prima visita extraeuropea. Ed è stato anche il mio primo volo lungo. Ma lungo lungo. Qualcosa come 13 ore, dalle quali, contrariamente alle previsioni, sono uscita indenne e fresca come una rosa (vabbè, più o meno).