Due giorni ad Amburgo

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Dai porti mi lascio sempre catturare più che volentieri. Sarà merito delle mie origini, chissà. Sta di fatto che quando visito una città che possiede un porto, il 70% delle fotografie che scatto durante il viaggio le scatto lì. 

Ad Amburgo è stato così. Perché quello che spicca in maniera imponente nella città anseatica sono quei chilometri di Hafencity, moli e ponti, mercati del pesce e grandi edifici dai mattoni rossi. Anzi, sfido io a evocare un’immagine di Amburgo che non sia quella dei vecchi magazzini della Speicherstadt. Ci riuscite? Ecco, io prima di visitarla non ci sarei riuscita, identificavo la città con il suo porto e niente altro. E comunque non ci riesco tanto neanche adesso.

Quando le giornate si fanno belle, il porto di Amburgo diventa il suo principale luogo di ritrovo. Che sia per una passeggiata in famiglia tra i moli assolati, che sia per visitare una delle tante attrazioni della zona, che sia per una birra in uno dei pub intorno ai Landungsbrücken. 

Immagino Amburgo come una città che con la bella stagione si risveglia e comincia a vivere a pieno il suo porto. Tutto quello che succede lì rappresenta il fulcro del fascino della città, fascino sicuramente più godibile senza pioggia e con una temperatura umana.

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Per fortuna, sono andata ad Amburgo in primavera inoltrata. Come ho già raccontato, però, sono partita portandomi dappresso una buona dose di cavoli miei e il primo giorno lì l’ho trascorso un po’ sospesa tra i miei pensieri. Non ha sicuramente aiutato il fatto di trovare un tempo del cavolo (che per fortuna è durato poco) e quindi di avere un primo impatto piuttosto umido. 

Nonostante identificassi la città con il suo porto, ignoravo che questo fosse così immenso. E non avevo mai pensato all’entità del ruolo che Amburgo ha assunto per secoli come luogo di passaggio. Passaggio di speranze, soprattutto.

E mi è venuto in mente anche tutto quello che si cela dietro un porto così grande. Ad esempio, le migliaia di destini e di storie che lì si sono incrociati, o le vicende tormentate di milioni di persone che da lì sono partite verso le Americhe alla ricerca di una vita migliore. A testimonianza dei loro sogni (spesso infranti), delle difficoltà affrontate già solo per raggiungere Amburgo e quindi figuriamoci per l’intero viaggio, del dolore di lasciare la propria terra per andare incontro a chissà cosa rimane il Museo dell’Emigrazione. E anche quello ha aggiunto pensieri (un po’ tristi) ai miei pensieri (già un po’ lunatici di per sé): dopo la visita al museo, infatti, mi sono lasciata un po’ imparanoiare pensando alle storie di emigrazione passata, specie quelle degli italiani del sud che come schegge impazzite lasciavano tutto per dirigersi ovunque ci fosse uno stralcio di lavoro e un pezzo di terra, alle storie di emigrazione presente, quelle dei barconi affondati, e riflettendo sul fatto che l’emigrazione c’è sempre stata e sempre ci sarà, che però oggi la nostra condizione di emigrati occidentali è fortunata rispetto a quella degli altri, che però lasciare casa è sempre doloroso, sì però oggi volano le low cost e puoi tornarci quando vuoi, eh invece alla fine poi ci torni solo un paio di volte l’anno. E così via.

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Poi, finalmente, la luna storta si è rigirata e mi sono ripresa tutto quello che avevo intorno.

E così, ho scoperto quanto l’acqua sia l’elemento principe dell’intera città e non solo del porto: anche Amburgo, come Amsterdam, è disseminata di piccoli canali. Ho scoperto che il suo Rathaus è uno dei palazzi più belli che abbia visto finora in Germania. Che St. Pauli non è solo un quartiere a luci rosse, ma una zona piena di locali, colori e gente allegra che ama bere all’aperto e fare festa. Che la primavera, ad Amburgo, ha i colori accesi dei fiori del Planten um Bloemen, imperdibile oasi di pace e relax nel cuore della città.

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E mio malgrado ho scoperto anche che gli amburghesi sono un po’ più rissosi degli altri tedeschi; ma forse perché sono capitata lì proprio quando giocava il St. Pauli ed erano tutti un po’ su di giri. Comunque, tranquilli, a me non mi ha menato nessuno.

Ma, soprattutto, mi sono ripresa il porto. E l’ho esplorato in lungo in largo e persino in fondo, con una passeggiata nel tunnel sotterraneo dell’Elbtunnel, con le sue pareti decorate in maiolica. E mi sono fermata a osservare gli artisti di strada. E mi sono fermata anche a una specie di festa-manifestazione pacifica per non ricordo quale causa (però il panino con il pesce fresco che ho preso a uno degli stand me lo ricordo benissimo). E mi sono goduta il sole e il vento seduta a un tavolo di uno dei pub intorno ai Landungsbrücken. E ho guardato le navi arrivare e allontanarsi. E poi mi sono persa tra le piazzette, i bei palazzi e la street art della St. Pauli Hafenstrasse e delle altre zone che si affacciano sull’Elba. 

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Bene, a questo punto rilancio la sfida: voi riuscite a non identificare Amburgo con il suo porto? Se sì, fate un fischio!