Visita al Museo per la Memoria di Ustica

La tarda sera di un’estate appena iniziata. L’attesa di un volo partito in ritardo che però probabilmente non ha offuscato la gioia di chi sta per iniziare le vacanze o di chi semplicemente sta per fare ritorno a casa. Non fa nulla, ormai si è quasi arrivati, manca davvero poco prima di riabbracciare i familiari in aeroporto e prima di riassaporare il profumo del mare.

Mi chiedo quanti di loro, pochi istanti prima che il mondo finisse, fossero impegnati a leggere, a chiacchierare, a sonnecchiare. A pensare a cosa avessero lasciato a Bologna o nei loro luoghi di origine e a cosa li stesse aspettando in Sicilia. Mi chiedo se tra quegli undici bambini presenti qualcuno abbia fatto in tempo a rivolgere un’ultima domanda preoccupata ai genitori e se qualcuno tra gli adulti abbia fatto in tempo ad accorgersi di quanto stesse per succedere. E quanti di loro si siano affannati inutilmente nella ricerca disperata di una soluzione, di una via d’uscita.

Ma probabilmente nessuna di quelle 81 persone a bordo del DC 9 della Itavia ha fatto in tempo ad accorgersi di nulla; e io preferisco che sia andata davvero così.

Quando vi ho raccontato del pomeriggio al Finger Food Festival vi ho accennato anche alla mia visita al Museo per la Memoria di Ustica, piccolo luogo del ricordo situato all’interno del Parco della Zucca, nel cuore della Bolognina, voluto fortemente dall’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica.

Non avevo letto nulla prima di varcare la soglia di quell’unica stanza del Museo. Non mi ero fatta un’idea precisa di cosa avrei trovato. Immaginavo pile di documenti, articoli, immagini a testimonianza della strage e teche contenenti i resti degli oggetti appartenuti ai passeggeri. Mi aspettavo insomma qualcosa dal forte impatto emotivo; ma nulla al confronto di quello che poi ho realmente trovato.

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Ho trovato un’unica stanza con un percorso obbligato, “obbligato” nel senso che chi entra lì è obbligato a guardare, ascoltare, riflettere e porsi delle domande. Un percorso che ti conduce lungo un’esperienza multisensoriale che non ti aspetteresti mai di trovare in un museo dedicato al ricordo di una strage. Un percorso attraverso sussurri a tono sommesso, specchi scuri e luci soffuse a intermittenza. Un luogo al quale basta davvero poco per comunicare tutto quello che rimane del grosso relitto al centro della stanza: il ricordo delle vittime, l’impotenza e il dolore di chi è rimasto, l’assurdità di una situazione ancora oggi irrisolta e che, proprio per questo, rende impossibile chiudere tutto e voltare finalmente pagina.

Ci si trova stretti dentro il dolore di 81 famiglie rimaste senza giustizia. Senza verità assodate, ma con in mano il calvario di oltre vent’anni di appelli, processi, ricorsi. E brandelli di ipotesi.

Grazie all’installazione permanente a opera di Christian Boltanski, chi visita il Museo per la Memoria di Ustica non può rimanere impermeabile davanti a tutto questo e allo scheletro gigante posto al centro della stanza. Vi avviso anche che, specialmente per chi ha la passione per viaggi e aerei, il colpo si avverte. Soprattutto quando ci si chiede cosa siano quelle scatole nere poste intorno al relitto e poi, successivamente, quando lo si scopre (ripeto: io, prima di visitare il museo, ero totalmente impreparata).

E anche questo è un viaggio. Un viaggio che ci riguarda tutti, nessuno escluso. Un viaggio che sarebbe dovuto durare un paio d’ore e che invece va avanti da più di tre decenni. Un viaggio nella memoria più dolorosa e nell’incredulità. Ma anche nella forza, nel coraggio e nella determinazione di chi non smette di gridare per ottenere giustizia; di chi continua, nonostante tutto, a non perdere la speranza, in attesa, prima o poi, di poter giungere davvero a quell’unica verità e poter così finalmente, quantomeno in parte, voltare pagina.

(NB: le foto presenti in questo post sono tratte dal sito del museo)