Fattore Street Art

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L’arte avrei voluto studiarla un po’ meglio, specialmente quella contemporanea. Non sono tanto da quadri con putti boccolosi e cristi ovunque, più che altro mi lascio affascinare dalle immagini incasinate dove è difficile riconoscere un soggetto vero e proprio, magari perché il soggetto vero e proprio è il colore stesso. O il caos. Mi piacciono le macchie ma anche i volti espressivi, i sentimenti, i soggetti che raccontano una storia, meglio se una storia più vicina al mio tempo.

Per dire, qualche anno fa andai a Milano a una mostra su Pollock. Ci andai perché non conoscevo niente di lui, avevo solo letto un saggio che lo riguardava per l’esame di Estetica all’università, anni prima. E ovviamente non ricordavo nulla di quel testo se non il fatto che fosse alquanto ostico e che avessi dovuto fare un mega sforzo con la fantasia per interpretarne il significato.

Detto questo, nonostante io sia una di quelle persone che quando visitano una città amano soprattutto girarla a piedi in lungo e in largo, nei miei itinerari inserisco sempre almeno un museo. Meglio se celebrativo del fermento artistico tipico di quel paese o di un autore nativo di quel posto.

Ma se c’è una cosa che mi affascina, che cattura il mio sguardo per minuti interminabili, che mi apre il cuore quando la vedo, quella è l’arte di strada. Street Art.

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Coltivo questa passione già da qualche anno; a parte limitarmi a scattare decine di foto ai muri delle città che visito, però, ho anche iniziato a leggere qualche testo per capirci qualcosa di più. Perchè, ammettiamolo, come tutte le opere artistiche anche quelle di street art necessitano di uno sforzo interpretativo. Quando sei in giro e le vedi non hai con te l’audioguida che ti illumina sul loro significato. Devi arrivarci tu. E, francamente, credo che uno degli aspetti più interessanti al riguardo sia proprio la varietà di interpretazioni che possono nascere di fronte a un unico graffito.

Da qualche tempo, ormai, la street art è uno dei fattori che contribuisce in modo molto significativo al piacere della mia vacanza. Posti come Londra, Berlino, Amsterdam, Brema, ma anche Milano e Bologna me li ricordo anche per i graffiti e i murales che mi hanno riservato.

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Una delle cose che più mi piace è il contrasto che questi artisti creano tra il significato della loro opera e il contesto urbano in cui le realizzano. Che il più delle volte non si tratta di un semplice contrasto ma di astio, malessere, ribellione pura nei confronti della società che ingabbia, che omologa, che appiattisce. Che spreca, che consuma, che assorbe. Gli street artists tendono a condannare e quasi mai a celebrare. Si nascondono dietro le loro firme non sempre leggibili ma costringono chi passa a guardarli e ascoltarli. Danno il loro pensiero in pasto alla città che una mattina si sveglia, lo trova e non può non accettarlo, senza diritto di replica (anzi, in realtà, purtroppo, a volte la replica si trasforma in censura e le opere vengono coperte e cancellate).

E a meno di non andare in posti in cui sai per certo che troverai delle meraviglie colorate sui muri come ad esempio, che ne so, un posto a caso (ho detto a caso, eh), la East Side Gallery di Berlino (che per me rappresenta uno dei monumenti più belli che abbia mai visto in vita mia), quando vai a zonzo per la città ed entri in uno di quei quartieri dalle pareti tutte decorate non puoi non fermarti a osservare. Ammirare, capire. Per me la street art è sorpresa, gioia pura. Una di quelle cose più meritevoli di essere divorate con lo sguardo.

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E ora due esperienze: la prima, a Bologna, e la seconda a Milano.

Alcuni mesi fa sono andata a visitare la mostra bolognese dedicata alla street art  all’interno della  cornice tanto a modo di Palazzo Pepoli. Forse vi sarà capitato di leggere qualcosa in merito, specie quando è stato reso noto che Blu ha reagito malissimo all’esposizione di alcune sue opere. Ecco, questo e altri pensieri sul fatto se sia giusto o meno che graffiti e murales vengano esposti in un museo mi affollavano la mente e, per tutta risposta, sono andata a Palazzo Pepoli. Opere belle, eh. C’erano anche dei Banksy. Però le mie perplessità (che probabilmente erano le stesse che aveva Blu) erano fondate. Chiudere dentro un museo, per giunta tra le pareti di un edificio storico, delle opere nate per essere patrimonio di tutti (gratis), oltre che vero e proprio arredo, voce, essenza di uno spazio urbano, è stata una mezza follia. Quel pomeriggio ho assistito a una decontestualizzazione totale, proprio perché la street art vive in simbiosi con il contesto in cui viene realizzata. Lo interpreta, lo interroga, lo critica. Scollarla dai muri, incorniciarla e appenderla in un museo significa quindi privarla di quasi tutto il suo significato.

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Seconda esperienza, decisamente più positiva, alla quale si lega il ricordo di una delle Milano che più mi piacciono. Quella dell’esplorazione a caccia di street art nel quartiere Isola, che ho fatto in compagnia delle ragazze di Waam Tours (a questo proposito, vi consiglio di tenere d’occhio il calendario delle loro passeggiate alla ricerca di una Milano insolita). Esplorazione che mi ha permesso sia di conoscere meglio uno dei quartieri milanesi più interessanti, un quartiere che mi piaceva già da prima pur avendone visto giusto due cose, e sia di inquadrare l’effervescenza di alcuni street artists nella cornice di una città dal volto spesso duro, che non si apre sempre facilmente alle espressioni e alle iniziative individuali. E mi ha permesso anche di conoscere le storie di alcuni di questi artisti e le origini dei primi movimenti di arte urbana.

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Se vi è capitato di sbirciare sul mio profilo Instagram adesso sapete perché molto spesso fotografo muri. Perché c’è un mondo dietro quei muri e oltre il colore. C’è una storia da raccontare, una voce da ascoltare. Un pensiero per riflettere.