A Bruxelles da un’amica

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Ho appena realizzato di essere andata a Bruxelles ben cinque anni fa.

Sono sincera: come ho già detto altre volte non ho tantissimi ricordi della capitale del Belgio. Ammetto di esserci stata per troppo poco tempo; ma non è solo questo. Credo sia più una questione di entusiasmo: pur essendo bellissima, elegante, piena di vita e tutto quello che volete, Bruxelles, rispetto a tanti altri posti, non mi ha lasciato granché. Non sono andata via da lì pensando a quando ritornarci, non mi sono portata via da lì bagagli carichi di fotografie (tra l’altro, le poche che ho fatto sono di una bruttezza sconcertante… Ma è colpa della macchinetta da quattro soldi, eh, mica mia!). Sicuramente è una di quelle città che si tingono di fascino in periodi come il Natale e forse la primavera; ma il cielo perennemente grigio sopra la mia testa, così come quella simpatica pioggerellina che andava e veniva di continuo non hanno di certo stimolato il mio entusiasmo. Ma non è neanche questo, io non sono meteoropatica quando viaggio. 

Bruxelles non mi ha colpito al cuore, punto.

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Tuttavia, a parte il cielo grigio e il freddo che insisteva per infilarsi sotto il giubbotto di pelle nonostante fosse settembre, di Bruxelles ricordo anche altre cose.

Ricordo lo splendore della Grand Place, forse il posto che più mi è rimasto impresso, racchiusa tra palazzi eleganti, di stili tutti diversi, che sembravano decorati in oro. Mi ricordo un centro fatto di vicolini brulicanti di vita, di gente in giro, di locali all’aperto, di negozi e botteghe. E a proposito di negozi, ricordo soprattutto quelli che vendevano caramelle e cioccolata e che ammiccavano da qualunque angolo. Bruxelles è una città adatta per i golosi che amano lasciarsi tentare (tipo me): tra patatine fritte affogate in  ogni tipo di salsa, Waffeln riempiti di frutta, panna, crema e ben di dio, Mitragliette (questo nome non lo dimenticherò mai: è un panino iper robusto riempito con qualsiasi genere alimentare) e moules frites, nell’arco di un weekend sono stata in grado di ingurgitare una quantità impressionante di grassi. 

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Ricordo anche la fila di turisti davanti al Manneken-Pis, la statua in bronzo del bambino che, urinando sopra una miccia, evitò un’esplosione nel centro della città divenendone il simbolo. All’epoca tanti posti non li avevo ancora visti, ma ricordo che Bruxelles mi aveva riportato alla mente alcune delle città che conoscevo già; come se fosse un mix di stili, di abitudini, di tendenze. Ci ho visto qualcosa di Copenaghen tra i suoi vicoli, qualcosa di Madrid lungo i suoi viali in discesa attorno al Palazzo Reale e forse anche qualcosa di tedesco (ma non so dove e come).

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Metto un attimo da parte i miei ricordi per concentrarmi sul vero motivo del mio viaggio a Bruxelles: ero andata a trovare un’amica. Una persona cara, una di quelle che c’è da sempre, che mi ha visto crescere e (spero) migliorare con il tempo. Era lì per dedicarsi a un periodo di ricerca in uno degli ospedali di Bruxelles.

E forse è per questo che la città non mi è entrata nel cuore. Perché ero troppo impegnata a godermi la mia amica che non vedevo da tempo e che la volta successiva avrei rivisto dopo chissà quanto. Ero più interessata a sapere come se la stesse passando a lavorare in una grande città straniera, in un contesto molto diverso dai quelli in cui aveva lavorato fino a quel momento, a sapere se il francese studiato al liceo le stesse tornando utile, se non le mancasse troppo il fidanzato che all’epoca non stava in Italia ma in un altro paese ancora. In quei due giorni volevo prendermi il più possibile da lei, raccontarle le mie ultime novità, farle il riassunto dei mesi precedenti in cui non ci eravamo viste. Volevo vedere i posti in cui le piaceva andare a mangiare o a passeggiare, assaggiare le cose tipiche che più apprezzava, conoscere l’anziana signora sicula emigrata quarant’anni prima che le aveva affittato la stanza. Parlare dei nostri progetti futuri, delle ambizioni, delle speranze. Fare previsioni insieme. 

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E forse a Bruxelles è successo un po’ quello che mi è capitato con Londra: quando vai a trovare una persona cara, che non vedi da secoli, ti dedichi soprattutto a lei. Certo, insieme visitate la città, sei avvantaggiato perché scopri i posti imperdibili dal punto di vista di chi ci vive, non hai bisogno di farti un elenco delle cose da vedere assolutamente perché hai lì qualcuno che sa già dove portarti. Però tutto questo passa in secondo piano, è un di cui subordinato all’esigenza più importante che è lo stare insieme. Godere a vicenda l’una della presenza dell’altra in un posto molto diverso da quelli che avete frequentato finora. Aggiornarsi sulle rispettive vite, assicurarsi  che l’altra stia bene dove sta, che sia sempre la solita combattente e che non abbia rimpianti di alcun tipo. E allora la meraviglia del viaggio, in questo caso, non è legata alla meta; ma è il ritrovarsi. È il bello di svegliarsi all’alba e di percorrere quasi mille chilometri per raggiungere l’altra e trascorrere insieme giusto 48 ore, è la fortuna di avere quelle 48 ore solo per voi due, per fare tutto quello che vi pare, compreso restare ore su un muretto a parlare. È il piacere di scoprire come lo spazio e il tempo non possano nulla contro i rapporti speciali.

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