Vivere a Londra, la città dei balocchi (quasi inaccessibili)

E dopo la mamma, tocca alla sorella (ve lo dicevo io che siamo una famiglia di girandolini. Anzi, fra tutti forse sono io quella che ha girato meno). 

Mia sorella ha trent’anni. Dopo la laurea in Lingue a Milano, l’inseguimento disperato a caccia di un lavoro fisso, il Progetto Leonardo a Cipro ed esperienze tra studio e lavoro in Russia e Inghilterra, si è trasferita a Londra dove, per un anno e mezzo, se lo è fatto abbastanza quadro per provare a realizzare il suo progetto di vita. E sapete dove sembra che la sua massima aspirazione si stia finalmente realizzando? A Catania! In quella piccola Sicilia che, a differenza della City, sembra non voler promettere niente tranne mare, sole e cibo. Chi l’avrebbe mai detto? Uno gira per il mondo in cerca di qualcosa che, tutto sommato, non dovrebbe essere neanche così irraggiungibile (mia sorella voleva fare l’insegnante, mica l’astronauta o la stella di Broadway) e, alla fine, dopo tanto vagare, lo trova a casa sua.

Questa cosa fa ben sperare? Non lo so. Intanto, però, scopriamo quali sono i motivi per cui, dopo un anno e mezzo, è giunta alla decisione che, ve lo garantisco, non è stata poco sofferta: quella di lasciare Londra.

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Tre aggettivi per definire Londra

Metropolitana, perché è una città immensa che offre qualunque tipo di possibilità, un panorama vastissimo di culture, innovazione, progresso. 

Variegata, perché gente di qualsiasi nazionalità ha scelto di farne la propria casa.

“Troppa”, perché Londra è troppo grande, troppo costosa, troppo affollata. 

In generale, com’è stata la tua vita lì?

Ho vissuto lì da lavoratrice. A eccezione del primo mese, in cui sono stata una studentessa part time e ho potuto godermi tutto quello che nell’anno e mezzo successivo non sono riuscita ad avere. Durante quel primo breve periodo ho ritrovato quello che mi aveva fatto innamorare di Londra la prima volta che l’avevo vista. Poi, però, quando entri nella quotidianità della vita lavorativa, le cose cambiano: entri in quella che è la vita “vera”, guadagni quanto basta per condurre una vita decente, devi rinunciare a tante cose e hai poco tempo per girare per Londra. Io tra l’altro abitavo a Wembley, una zona così distante dal centro che sembrava quasi di stare in un’altra città. E così, a Londra andavo solo qualche volta nei giorni liberi. Quella che ho vissuto io è stata soprattutto la sua periferia.

Per quel che ho visto, In pochi riescono a permettersi un appartamento in centro. In media, lo stipendio di inizio carriera si aggira intorno ai 1000 pound, pochi considerato che io ne pagavo 570 per una singola in un appartamento condiviso in quarta zona.

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Possiamo definirla una città accogliente con gli stranieri?

Non mi sono mai sentita discriminata. Ma c’è da dire che io sono europea, italiana e bianca. Per me, ad esempio, è stato semplice ottenere il National Insurance Number, una sorta di codice fiscale che ti serve per pagare le tasse e cercare un lavoro. Mi è bastato prenotare online un colloquio con il centro dell’impiego e, dopo averlo fatto, loro stessi mi hanno inviato a casa il codice in poco tempo. Ma all’epoca gli inglesi non avevano ancora votato per la Brexit, quindi non sono sicura che le cose stiano ancora così. La mia ex coinquilina, di nazionalità australiana e dunque extraeuropea, all’epoca ha avuto qualche difficoltà prima di ricevere il suo numero.

Quando stavo lì mi è capitato di percepire l’antipatia di alcuni inglesi nei confronti di persone di nazionalità extraeuropea. In generale, gli italiani invece sono visti bene: gli siamo simpatici, non ci prendono troppo sul serio e non ci vedono come una minaccia.

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In cosa pensi che Londra e l’Inghilterra se la cavino meglio dell’Italia?

Lì le regole sono regole. Ed è anche facile seguirle perché la burocrazia è abbastanza agevole, ha una sua ratio. 

Inoltre, non esiste quasi per niente il lavoro nero. A Londra i datori di lavoro stipulano contratti regolari. Mi è capitato molto di rado di sentire di qualcuno che non avesse un regolare contratto di lavoro. Ad esempio, avevo sentito di ristoratori italiani che attiravano con false promesse manodopera italiana per i loro ristoranti, per poi offrire loro delle collaborazioni che prevedevano un numero non ben precisato di ore e straordinari non pagati.

Io ho lavorato in una grande catena alberghiera dove viene stipendiato persino il periodo di prova e dove scatta fin da subito l’assunzione a tempo indeterminato. Non esiste, a Londra, che i periodi di prova non vengano riconosciuti, come invece succede in Italia.

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Difetti di Londra?

Vivere a Londra è come essere bambini ed entrare in un negozio di dolciumi che però sono tenuti sotto chiave. 

Avresti la possibilità di scegliere ogni giorno tra decine e decine di spettacoli, concerti, festival, mostre. Ma, un po’ perché magari lavori su turni, un po’ perché hai pochissimo tempo libero e un po’ perché non guadagni abbastanza da potertelo permettere, alla fine non vai mai da nessuna parte. I divertimenti ci sono ma sono poco accessibili per persone normali con stipendi normali.

Londra ti schiaccia. Da un lato ti promette e ti offre tanto e dall’altro ti dice che non puoi permettertelo.

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C’è qualcosa di Londra che oggi ti manca particolarmente?

Mi mancano le serate trascorse con le mie ex coinquiline, quando condividevamo gioie e dolori di una città che ci stimolava pur rendendoci le cose difficili. Mi mancano le sigarette insieme, le cene durante le quali cercavo di insegnare loro a cucinare la pasta, il confronto tra le nostre culture. 

Mi manca l’idea di poter fare tante cose e di avere tanta scelta.

Mi mancano anche le lunghe camminate che facevo lì, mi mancano i musei gratis, le volpi che capita di incontrare per strada. A volte vedevo anche i gabbiani, e riuscivo persino a sentire l’odore del mare. E, sembrerà strano, ma sento anche la mancanza degli hamburger!

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Cosa ti mancava del tuo paese quando vivevi a Londra?

Ovviamente il cibo, non solo per i sapori ma anche per la qualità: la metà delle cose che trovi nei supermercati inglesi è roba pronta e decisamente poco sana. Quando vivevo lì mangiavo giusto per non sentire la fame, senza provare alcun gusto. Il mio non è un capriccio, credetemi: a lungo andare questo ti stanca, mangiare male influisce sul serio sulla qualità della tua vita. 

Dell’Italia mi mancava anche il modo di intendere i rapporti sociali: a Londra è difficile fare amicizie, si ha poco tempo per gli altri, si parla poco. Gli amici si incontrano solo per bere ma non c’è il desiderio di invitarli a casa per cena o per fare due chiacchiere. 

Poi mi mancava il clima. A Londra non è così freddo e piovoso come si pensa però non esiste l’estate: ai lunghi autunni e agli interminabili inverni seguono primavere deboli, che stentano a decollare. E poi, il tempo cambia all’improvviso nell’arco di pochi minuti, per cui neanche ad agosto puoi permetterti di indossare le scarpe aperte o di non avere con te una giacca. 

Spesso piove e tira vento nello stesso momento, cosa che rende assolutamente inutile portarsi dappresso un ombrello. 

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Mi mancava anche parlare la mia lingua. Quando stavo a Londra, per la prima volta nella mia vita ho sentito il bisogno di promuovere il mio paese e la cultura: nel periodo in cui ho insegnato italiano ho cercato di suggerire ai miei studenti film e libri di autori italiani. Inoltre, cosa che credo valga per chiunque non viva nel suo paese d’origine, avevo voglia di fare comunità con altri italiani. 

A volte sentivo forte il bisogno di vedere un film in italiano, anche qualcosa di molto popolare come le commedie, per il piacere di ritrovare le storie genuine e vere provenienti dalla mia terra. Avevo bisogno di italianità, per questo motivo mi ero avvicinata all’associazione Italian Bookshop che organizza eventi spesso invitando personalità italiane.

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Torneresti a Londra? 

Ho voglia di tornarci ma solo per vacanza, non per viverci. Ci tornerei anche per fare un periodo di studio e aggiornamento, visto che lavoro con la lingua inglese. E soprattutto ci andrei per godermi quello che non mi sono goduta in quell’anno e mezzo in cui ci ho vissuto. Ci andrei per prendermi solo il buono di Londra.

Hai qualche rimpianto legato alla tua vita lì (tipo qualcosa che avresti potuto fare e che invece non hai fatto)?

Avessi avuto più soldi e tempo avrei visitato l’Inghilterra in lungo e in largo. Mi dispiace, ad esempio, non essere mai stata a Stonehenge.

Ho sempre messo il lavoro al primo posto e nei giorni liberi preferivo riposarmi per ricaricare le energie. 

Negli ultimi mesi, quando i soldi scarseggiavano perché avevo lasciato il lavoro in hotel per intraprendere un percorso nuovo, mi sono persa ad esempio lo spettacolo del Cirque du Soleil, che è solo uno delle centinaia di spettacoli che avrei visto se fossi stata più serena economicamente. 

Rimpiango un po’ anche il non aver provato a vivere in città diverse come Brighton, e Bournemouth, posti sicuramente più vivibili rispetto a Londra. 

Sarei potuta uscire di più con i colleghi ma, dato che spesso dovevo alzarmi prima delle 5 per andare al lavoro, la sera preferivo restare a casa. In hotel volevo dimostrare il massimo e restare concentrata anche solo per esprimermi correttamente in inglese.

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Londra ha deluso o soddisfatto le aspettative che avevi quando sei arrivata lì?

Quando sono arrivata a Londra non sapevo cosa aspettarmi. Sapevo di dover frequentare un corso di un mese ma non sapevo nulla di quello che avrei fatto dopo. Sapevo solo di avere una gran voglia di lavorare: in Italia non ero riuscita a trovare un impiego fisso. In Inghilterra, invece, ho trovato lavoro subito dopo aver terminato il corso. 

Avevo scelto di trasferirmi a Londra perché tempo prima me n’ero innamorata. Ma è stato solo vivendoci giorno dopo giorno che ho capito davvero cosa significhi abitarci.

Non so dire se sia stata una delusione perché ogni esperienza ti arricchisce. E Londra mi ha insegnato qualcosa che non conoscevo e, solo dopo averlo provato, ho capito che non faceva per me. Ma non posso dire di essere delusa.

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Quali sono i luoghi di Londra a cui sei rimasta più affezionata?

Primo fra tutti il Big Ben, un’emozione tutte le volte che me lo trovavo davanti agli occhi. E il Tower Bridge. Andavo pazza per Brick Lane e la zona di East London, quartieri pieni di street art. Mi mancano anche il quartiere di Greenwich e Covent Garden. 

Tra i musei, quelli che ho amato di più sono la Tate Modern Gallery e la National Gallery.

E, in qualche modo, mi manca anche Wembley che, nonostante il nostro rapporto di amore-odio, ormai era diventato il mio quartiere.

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Com’è stato tornare in Sicilia dopo aver vissuto in una città così grande, ricca e organizzata come Londra?

Rincuorante da un certo punto di vista, perché Catania offre molto meno rispetto a Londra, ma quello che offre è accessibile a tutti. 

Poi ha una dimensione più umana, meno stressante: abito a soli 15 minuti di auto dalla scuola dove insegno. Certo, c’è da dire anche che se lì non hai un’auto tua non hai tante altre alternative per spostarti.

Anche a Catania lavoro tanto e non ho quasi mai tempo per me; però, se voglio, in qualche modo riesco a ritagliarmi i miei momenti. Ci sono dei giorni in cui posso dire “oggi mi rilasso e basta”.

Per quanto riguarda il lavoro, sono convinta che chi dimostra di voler lavorare davvero alla fine riesca a trovare un impiego. Magari non sarà la sua massima aspirazione ma qualcosa la troverà sempre. È troppo facile nascondersi dietro alla solita questione “in Sicilia non c’è lavoro”. 

Purtroppo, è vero che chi lavora deve scendere a compromessi anche per i propri diritti: un contratto regolare che preveda un numero di ore lecite e le ferie pagate non dovrebbe essere dato per gentile concessione ma dovrebbe essere una cosa normale. A Catania, però, non è così. A questo proposito, posso dire di essere stata fortunata ma anche di aver saputo pretendere quello che mi spettava. Sono scesa a compromessi e credo di aver saputo sfruttare l’esperienza fatta a Londra per capire cosa volevo fare davvero nella mia vita. La sicurezza che ho acquisito in Inghilterra mi ha indubbiamente aiutato sia a livello professionale e sia personale.

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Consiglieresti alle persone della tua età di vivere almeno per un periodo all’estero?

Assolutamente sì. Ma non bisogna pensare di risolvere tutti i problemi trasferendosi all’estero perché comunque le difficoltà sono sempre in agguato, specie perché non si è a casa propria. Bisogna avere la consapevolezza che ogni giorno costituisce un’esperienza, che vivendo all’estero si cresce più velocemente di quanto non si farebbe restando nel proprio paese. E poi chi decide di andarsene sa che, se vuole, può sempre scegliere di tornare. 

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