I colori d’inverno: un (altro) buon motivo per visitare il Friuli Venezia Giulia

Ed eccomi di nuovo qui con le mie esplorazioni natalizie a Nord Est.

Non so voi, ma quando devo scrivere un post le parti che mi risultano più difficoltose sono due: il titolo e le conclusioni.

Per le conclusioni, ora vedremo cosa mi inventerò. Per il titolo, almeno per questa volta, non ho dovuto fare grossi sforzi di inventiva: Friuli Venezia Giulia, terra dei colori.

Un titolo che è sorto spontaneamente. Se c’è una cosa, infatti, che mi ha colpito del Friuli Venezia Giulia sin dalla prima volta che ci ho messo piede è proprio la palette di toni naturali e non che mi trovo sempre davanti agli occhi (qualcosa ve l’avevo già svelata tempo fa qui). E ormai ho capito che questo vale per qualsiasi stagione, inverno compreso. Anzi, forse è anche grazie alle mie frequenti visite in questa regione se, da un po’ di tempo a questa parte, posso dire di aver scoperto l’inverno. Di aver finalmente cominciato ad apprezzarne la personalità e a scorgerne i colori. Perché, in una terra come il Friuli Venezia Giulia, l’inverno non porta con sé toni spenti ma accende la luce. E anche se gli alberi sono spogli, le temperature scendono sotto lo zero e il cielo è spesso coperto, quella che ci si trova davanti è un’esplosione di sfumature, più o meno al pari della primavera e dell’autunno. L’inverno non è più sbiadito delle altre stagioni, ha soltanto colori diversi.

E, durante le ultime vacanze di Natale, questa cosa mi è particolarmente balzata agli occhi.

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Terra dei colori, si diceva. A partire da quelli che dominano i boschi sul Carso in un limpido pomeriggio dei primi giorni di gennaio. L’aria è fredda e il sole entro un’ora e mezza ci abbandonerà al buio. Bisogna quindi affrettarsi tra gli alberi e i cespugli lungo i pochi chilometri del percorso del Brestovec, l’ennesima testimonianza che la Grande Guerra ha lasciato da queste parti. In giro, a parte noi, non c’è nessuno e non si sente un fiato. Fatta eccezione per i versi di uccelli di specie non ben identificata che si fanno sentire dall’alto dei rami. E qui i colori sono il rosso della terra, il verde scurito delle foglie, il grigio delle trincee. Ci si passa attraverso, si cammina proprio dentro un labirinto lungo metri e metri di corridoi di pietra stretti e zigzaganti. Poi si esce dal labirinto; e c’è ancora il rosso della terra, il verde scurito delle foglie, la solitudine del bosco. E si arriva alla Cannoniera dove, nonostante il silenzio, questa volta una voce sembra di sentirla: è quella dei soldati che all’interno del bunker, tra un’installazione e l’altra, raccontano la loro battaglia. Fuori dalla Cannoniera, è già l’ora del tramonto: il rosso del cielo si fonde con quello del Carso. È l’ora in cui i raggi del sole si fanno più intensi sulla natura circostante.

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Altra ambientazione, altri colori. L’aria intorno al lago di Cavazzo, in Carnia, è limpida, pulita. Sembra che nessuno l’abbia respirata prima; e anzi, in posti così, a me sembra di cominciare a respirare per la prima volta. Davanti agli occhi c’è natura e basta: le montagne che racchiudono il lago, il cielo azzurro leggermente velato, lo specchio d’acqua che si accende di toni trasparenti e che riflette tutto ciò che lo circonda. Pare quasi inconsistente.

Quel poco di artificiale e umano che c’è intorno adesso è vuoto, spento, inanimato; aspetta la bella stagione per riprendere vita.

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E poi, poco distante dal lago, ai piedi delle Prealpi Giulie che sembrano quasi sovrastarlo, c’è uno dei borghi più belli di Italia: Venzone. Un angolo medievale ricostruito dopo il terremoto. E qui non c’è solo l’azzurro velato del cielo e la tavolozza di colori tipici dei luoghi di montagna: c’è anche il viola della lavanda, uno dei temi ricorrenti tra le vie del piccolo paese, e il verde scuro di tetti e finestre. Ah, e poi, tanto per non farci mancare mai quel tocco di macabro a noi ultimamente tanto caro, a Venzone ci sono anche le Mummie (perdonatemi, ma al loro cospetto non me la sono sentita di tirare fuori la macchina fotografica).

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In giro non c’è quasi nessuno; le locande sono chiuse e gli unici usci aperti sono quelli delle botteghe di prodotti profumati. Eppure Venzone non ha l’aria di essere un paese fantasma, abbandonato. È semplicemente tutto per me. Mi godo le sue stradine bianche e la passeggiata che dalla piccola piazza con il Duomo e la Cripta conduce prima allo slargo del Municipio e poi al ponte sul torrente. Altro toccasana per i miei occhi.

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Capirete come mai ogni volta che mi trovo in Friuli Venezia Giulia mi sembra di tornare bambina e prendo facilmente le sembianze di una giapponese pronta a scattare foto a ogni angolo. Fortuna che accanto a me ho una persona molto paziente che, oltre a essere un’ottima guida, sopporta le mie continue fermate.