Via da Milano, un anno dopo

Esattamente un anno fa spacchettavo le mie cose a Bologna dopo essermi lasciata alle spalle i sette anni vissuti a Milano. Qualche mese dopo dedicavo a Milano il primo post di questo blog, in cui sostanzialmente affermavo che di quella che era stata la mia casa per sette anni non mi mancava nulla eccetto le persone care che con me l’avevano abitata. Poche settimane fa ho raccontato in un post fiume come si vive a Milano entrando nel dettaglio dei motivi per i quali sono andata via da lì ma considerando anche quelli per i quali ci ho abitato per sette anni.

Adesso, il caos e quel senso di esasperazione che avevo in testa quando ho mollato tutto per trasferirmi a Bologna si sono attenuati lasciando spazio a una lucidità non troppo vivace ma che, quantomeno, mi permette di guardare le cose per quelle che erano. Ora che sono riuscita, almeno in parte, a mettere a tacere la nebulosa che avevo in testa, la rabbia e la rottura di scatole che mi assillavano e che mi hanno spinto a fare un biglietto di sola andata.

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Di base non è che le cose siano cambiate tanto, rispetto a un anno fa. Quello che ho scritto su quel primo post rimane ancora valido; se non altro, però, oggi riesco a intravedere meglio quello che di Milano mi sono portata dietro, cosa molto più importante del caos e della stanchezza che mi avevano convinto ad andare via.

Innanzitutto, io a Milano ci sono cresciuta. Sì, vero, sono cresciuta anche a Catania e a Bologna, ma in modo diverso. A Milano sono cresciuta come donna, oltre che come lavoratrice. Durante gli anni trascorsi lì ho imparato tante cose, ma se proprio devo pensarne una in particolare, questa è la capacità di mettere ordine nella scala delle mie priorità. Capacità arrivata dopo una strada in salita; ma alla fine, a furia di sacrifici, di decisioni prese interpellando troppo il cervello e di riflessioni che mi hanno tenuta sotto scacco per mesi, ce l’ho fatta.

E poi, vivere a Milano mi ha fatto cogliere la netta distinzione che passa tra tutto quello che conta, ma che puntualmente sottovalutiamo, e tutto quello per cui non vale la pena, ma che puntualmente mettiamo in cima alla to do list.

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Quello che Milano mi ha insegnato è che le cose vanno guardate per bene, prima di sceglierle; non bisogna mai farsi impressionare o esaltare dalla loro superficie. Inizialmente, i primi tempi che stavo lì, quella città mi spaventava, sentivo che ogni giorno divorava un pezzo di me senza alcuna pietà. Solo con il tempo ho capito che non c’è nessuno che sta lì a puntarti una pistola contro per proibirti di trovare una tua dimensione persino in quello che ti sembra essere il posto più ostico. E anzi, guarda un po’, qualche volta può addirittura capitare di sentirsi felici.

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Sì, è vero: Milano non è un posto facile. E non è un posto per tutti. Ma c’è un pensiero che ogni tanto mi ronza in testa sussurrandomi che, probabilmente, se non lo è non è detto che sia solo colpa sua. Il fatto è che Milano rappresenta la grande promessa da cui tutti si aspettano tutto, quasi come fosse dovuto. E il tutto può anche arrivare ma ci vuole impegno, costanza e tanta, tantissima pazienza infinita. Può capitare di dover prima attraversare un tunnel buio, nel quale ci si sente inghiottiti, alienati o addirittura annullati. Alla fine del tunnel, però, ci stanno le consapevolezze, l’esperienza, la presa di coscienza; e la nebulosa poco per volta sparisce. E un proprio spazio, una propria dimensione, una comfort zone è possibile trovarli anche lì.

Ogni tanto mi capita di avere un po’ voglia di alcuni di quelli che sono stati i miei spazi per sette anni: non so, delle passeggiate a Porta Romana, ad esempio; o della solitudine del Duomo di notte; dei Navigli, illuminati dalla luce del sole di giorno e dalle luci dei locali per l’aperitivo di sera; dei ritrovi alla Colonne e persino delle serate in compagnia trascorse in bar e pizzerie “del disagio”, nella periferia ovest.

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Tutto questo per dire che, dopo un anno che sono andata via, mi capita (quasi per sbaglio) di pensare a come sarebbe stata la mia vita se, dopo le decisioni di rottura dello scorso anno, fossi rimasta lì. Se invece di andare dritta su un’unica strada principale, per sette anni, mi fossi interrogata prima e avessi deciso di esplorare percorsi diversi. Se avessi sollevato un attimo gli occhi dal computer e li avessi rivolti altrove per cercare, o per guardare in faccia, quali altre possibilità ci fossero lì per me. Ma, come sappiamo, la vita è fatta di scelte; e l’importante è farle, non importa quando e dove. E di quella che ho fatto un anno fa, nonostante le cose non siano sempre filate lisce, non mi sono pentita.