Visitare Catania: ecco perché ne vale la pena

Mi sono resa conto che qui sul blog sto spesso a menarmela con la mia voglia di Germania e con questa o quell’altra meta. E alla mia città d’origine, quella dalla quale sono partita (stavo per dire “scappata” ma visto che ormai ho raggiunto una certa maturità posso permettermi di esprimermi in maniera un po’ più lucida) ormai 13 anni fa, dedico solo pensieri nostalgici quando la vedo e quando la lascio.

Ultimamente mi sono resa conto anche di un’altra cosa: spesso, chi viene a farsi una vacanza in Sicilia, Catania la salta. Magari la usa come punto di approdo e di partenza, grazie alle low cost che atterrano all’aeroporto Fontanarossa più spesso di Alitalia, o solo come punto di appoggio per raggiungere poi altri luoghi di interesse come Taormina e Siracusa. Che ci sta, non dico di no, eh. 

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Però stica, dico anche. Perché in fondo un po’ ci resto male quando Catania non viene calcolata neanche per sbaglio, quando non viene inserita negli itinerari di chi programma un viaggio in Sicilia di due o tre settimane. E siamo d’accordo che la Sicilia è tutta bella, che non si può vedere tutto ma bisogna scegliere per forza; però stica, ripeto.

Ecco perché questa volta vorrei lasciare da parte il cuore con le sue malinconie per raccontarvi cos’è Catania e perché vale la pena visitarla.

Il mare

Innanzitutto, Catania è chilometri di costa, dalla quale puoi osservare un mare che non è mai uguale a se stesso e che accontenta tutti, dagli amanti delle spiagge e della sabbia fine agli appassionati di acque profonde e tuffi dagli scogli. E poi è il MIO mare, quello che mi parla ogni volta che sto lì ferma a guardarlo in silenzio, quello dal profumo ineguagliabile (non posso farci niente, l’odore del mare di Catania è più forte di quello di qualsiasi altro mare mi sia capitato di vedere. Così forte al punto che lo senti non appena si apre il portellone dell’aereo). Quello al cui fianco puoi camminare lungo i quasi tre chilometri di lungomare e osservarlo mentre sbatte e schiumeggia contro la pietra lavica che lo incornicia. Oppure, addentrandoti nel borghetto di San Giovanni Li Cuti, puoi appollaiarti su uno dei pietroni della piccola spiaggia nera e allungare una mano fino ad accarezzarlo. Tanto, in quella baia, il mare è tranquillo 12 mesi l’anno.

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Oppure puoi divertirti a scorgerlo tra le barchette del porticciolo di Ognina, punto di osservazione privilegiato da chi ha voglia di ammirare un panorama diviso tra vulcano, colline, mare e faraglioni. E poi, se non ne aveste abbastanza di tutto questo mare, basta spingersi ancora un po’ più in là, fino ad Acicastello, con la sua piazza circondata d’azzurro su tre lati e il castello normanno a strapiombo sulla scogliera, e ad Acitrezza, la terra dei Malavoglia, che vi consiglio di vedere quando i colori del tramonto scendono sui Faraglioni e sull’isola Lachea.

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Di barocco e altre storie

Catania è il suo barocco, con il volto scuro del centro storico consumato dalla salsedine e dalla cenere dell’Etna. Un tesoro prezioso, da scoprire attraversando un susseguirsi di chiese, piazze e stradine disseminate lungo la via Etnea e i suoi tre nodi principali: Piazza Stesicoro, Piazza Università e Piazza Duomo. Per non parlare della via Crociferi e delle sue tante chiese e della salita di via Sangiuliano che, con un po’ di fatica, conduce al Monastero dei Benedettini, sede delle facoltà universitarie a indirizzo umanistico (dove, se vi interessa, ho buttato sangue per tre anni).

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E per andare ancora più indietro nel tempo e nella storia, sempre in centro Catania vi presenta il suo Teatro Romano, l’Anfiteatro, le terme Achilleane e quelle dell’Indirizzo

Non bisogna dimenticarsi, però, di perdersi tra le stradine dietro piazza Università per giungere in un altro punto nevralgico della mia adolescenza: piazza Teatro Massimo (per la cronaca: la piazza, in realtà, è intitolata a Vincenzo Bellini, ma noi catanesi l’abbiamo sempre chiamata Piazza Teatro Massimo), con il suo teatro, bello scuro in volto anche lui, i suoi baretti tutti intorno e la gente appollaiata sulle scale del Palazzo delle Finanze.

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Catania è anche quel groviglio complesso di culture, sbarchi e dominazioni che si sono susseguiti nei secoli e che, insieme alla storie narrate da musicisti e scrittori che qui hanno avuto i natali, viene esplorato nell’arco di decine di musei.

Catania, poi, è autentica, vera, sincera: vi basta una passeggiata tra gli odori e le voci della Piscarìa per rendervene conto. E se il vociare folcloristico della Piscarìa non dovesse bastarvi, sappiate che vi aspettano sei giorni su sette anche le grida degli ambulanti della Fera ‘o luni, il mercato di Piazza Carlo Alberto, dove si vende di tutto e di più.

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Per chi ha fame e per chi ha sete

Catania è anche cibo, allegria, divertimento. Avete voglia di posteggiarvi in trattoria per una sosta di almeno un’ora e mezza? Sbizzarritevi tra quelle che ci sono nel centro storico (e ricordatevi che più vi sembrano spartane e più sono buone), oppure quelle vicino la Piscarìa o, ancora, tra le pizzerie e i ristoranti di ogni tipo disseminati lungo la cortissima Via Santa Filomena

Preferite mangiare qualcosa al volo? Allora arancini, cartocciate e cipolline fanno per voi; che sia un qualunque bar in qualunque angolo della città o un qualunque panificio, ne vedrete in quantità piuttosto generose. E, proprio al panificio, vi avviso che le vostre papille gustative si troveranno a dover scegliere anche tra diversi tipi di pizza, scacciate, focacce e pane condito. Io non vi aiuto a decidere, fate voi; comunque vada, state tranquilli che cadete bene. 

Se invece dei carboidrati avete voglia di proteine e grassi animali (di animali vari, intendo) fate un giro tra le trattorie molto alla buona di Piazza Federico II di Svevia e via del Plebiscito.

Preparatevi solo a dover imbarcare sul volo di ritorno qualche chilo di trippo in più. 

Tralascio al momento dolci, cannoli e pistacchi vari, ne riparleremo più avanti (quando non sarò a dieta, possibilmente).

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La sera, a Catania, è fatta per stare fuori, inverno compreso se le temperature lo consentono (a questo proposito, sappiate che sotto i 15 gradi il catanese comincia a sentire freddo). Cocktail, birra e vino, tra le vie del centro (e non solo), non vi mancheranno. Con il cuore gonfio di commozione vi consiglio in particolare tre posti caratteristici e bellissimi dove andare a bere: l’Ostello degli Elefanti, per lo splendido panorama delle luci di Via Etnea vista dall’alto (i tavoli in terrazza non sono tanti, vi consiglio di prenotare); quello che noi catanesi chiamiamo Ostello ma che in realtà si chiama Agorà Hostel, una vera istituzione che si sta espandendo fino a occupare l’intera piazza. Uno di quei posti dove ci si ritrova sempre e comunque e dove si beve e si mangia con poco (e a proposito dell’Ostello: terminato l’orario di cena, se avete bevuto in un tavolo all’aperto entrate nel locale e seguite le scale che portano di sotto. Andate avanti, entrate nella grotta e… innamoratevi); il Nievsky, altra leggenda delle serate catanesi, questa volta nella splendida cornice della Scalinata Alessi (occhio a non inciampare sulla gente che si siede lì), a due passi dal Duomo e a mezzo centimetro da via Crociferi. Ma potrei suggerirvene tanti altri.

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Allora, ci venite a Catania o no?

Ho cercato di fare del mio meglio per stuzzicare la vostra curiosità su Catania. E mi sono accorta che non è semplicissimo estraniarsi a tal punto da calare i punti più significativi della propria città in una mini guida turistica. Non è semplice specie se, con questa città, negli anni si ha avuto un rapporto di amore-odio, a volte più di amore e altre volte più di odio. Un discorso è il turista, che si mangia una città per qualche giorno prendendosi solo il meglio di quello che questa ha da offrire, altra cosa è l’abitante, che purtroppo spesso il meglio che c’è neanche lo vede perché troppo abituato a prendersi il peggio. Ma se comincio a parlare di traffico, lentezza, chiusura e mentalità non ne esco più.

Preferisco pensare alla Catania bella, quella che ho provato a raccontarvi in questo post, che è quella che mi manca. Quella che mi accoglie allegra con il suo infinito repertorio di voci, profumi e colori ogni volta che ci torno. Quella che, a volte, continuo a chiamare casa ancora dopo 13 anni.

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