Come si vive a Milano

È complicato questo post. 

Mentre parlare di come si vive a Bologna è sempre più facile (da qui le numerose sviolinate che dedico periodicamente alla mia città adottiva), lo stesso argomento, per Milano, mi risulta molto più ostico. 

Come si vive a Milano? È un casino rispondere a questa domanda ed è un casino viverci. D’altronde, se me ne sono andata via da lì un motivo ci sarà.

Per un turista Milano è una figata: eventi, monumenti, negozi, locali. Per chi ci vive e ci lavora, però, le cose sono diverse.

Innanzitutto, per vivere a Milano devi avere uno stipendio solido che, dopo aver soddisfatto l’affitto, le bollette, i biglietti dei mezzi di trasporto, la spesa al supermercato e le altre spese quotidiane necessarie a campare, possa anche permetterti di godere di tutti quegli eventi, delle mostre e dei negozi. Se sei un poveraccio, o uno stagista che becca 500 euro al mese (io quando ho iniziato ne prendevo poco più di 200, figuriamoci), le godurie di Milano te le puoi scordare. Così come puoi scordarti di abitare in una delle zone più in, o anche semplicemente in una zona decente, e devi invece accontentarti di uno dei tanti quartieri dormitorio dai quali impieghi almeno mezzora per raggiungere qualsiasi altro punto della città. Anche perché, a Milano, persino nei quartieri periferici gli affitti costano un botto. Per non parlare della volontà di comprarla, una casa: a meno di non essere mooolto benestante o di avere una famiglia che dia sostegno (e non solo moralmente, intendo), la scelta di acquisto più probabile ricadrà su un appartamento in condominio in uno dei paesini limitrofi dai quali, se non si ha un’auto, è difficile spostarsi. Per non parlare poi di quanto la vita diventi ancora più cara se decidi di avere un figlio.

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Ma non volevo entrare nel pratico parlando di soldi, altrimenti non ne esco più; fermo restando che il fatto di averli o di non averli pregiudica tantissimo la qualità della vita di chi sceglie di vivere a Milano.

Per semplificarmi la questione e provare ad andare dritto al sodo proverò a rispondere a una domanda: perché sono andata via da Milano?

Io l’ho considerata sempre una città di passaggio per me. Nel 2008 mi ci sono trasferita pensando che per il settore lavorativo nel quale avevo scelto di entrare fosse una tappa obbligata (“il mondo della comunicazione è tutto lì”); un paio d’anni e poi sarei andata via.

Già dopo pochi mesi spulciavo gli annunci di lavoro su Bologna.

Sono passati due, tre, quattro, sette anni e da Milano non mi sono mossa; evidentemente, la vita e la quotidianità hanno finito per prendere il sopravvento sui miei desideri di fuga.

Nel frattempo, lo stage è stato rimpiazzato da un contratto a progetto nel posto dove poi sono rimasta fino al mio trasferimento a Bologna, la rete delle mie relazioni sociali si è infittita e le mie abitudini milanesi si sono consolidate. Per non parlare del fatto che, a quel punto, la voglia di affrontare un altro trasferimento e ricominciare daccapo in un’altra città era pari a sottozero. Lo avrei fatto solo se si fosse trattato di andare all’estero. Questo pensavo: “Ormai Milano non la lascio più e meno che mai per un’altra città italiana; non mi conviene, il meglio è qui”.

A un certo punto, però, le priorità sono cambiate. E ho ridefinito cosa significasse questo meglio per me. Di certo è stato complice, nella scelta di andare via, l’aver incontrato una persona che ne avesse le scatole piene ancora più di me.

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La verità è che io Milano non l’ho mai sentita veramente mia nemmeno nei momenti in cui ci sono stata bene. E me ne rendo conto soprattutto adesso che vivo a Bologna, per la quale provo un amore sconfinato. È come se tra me e Milano ci fosse sempre stato un filo invisibile che ci ha impedito di stare entrambe dalla stessa parte, che ci ha diviso anche se poco. Qualcosa di latente che, in silenzio, stava sempre lì e ci ha proibito di fidarci al 100% l’una dell’altra. E questo non mi ha consentito di immaginarmi sul serio un futuro, una famiglia, una casa mia e una vecchiaia in quella città. Mi ha impedito di affidarle la mia vita, di mettere tutta me stessa nelle sue mani. E questo nonostante io fossi riuscita a trovare, oltre all’amore, anche tante persone care.

Cosa non mi stava più bene della mia vita milanese? Anche a questa domanda rispondo più facilmente solo adesso, ora che vivo in una città completamente diversa e a Milano ci torno solo ogni tanto per vedere gli amici.

Ecco, quando mi capita di tornarci per un weekend o anche solo per una mezza giornata, mi balzano di botto davanti agli occhi tutti i motivi per cui un anno e mezzo fa ho deciso di lasciarla. A cominciare dal suo volto grigio, spigoloso e monotono, con quei palazzoni immensi che rendono periferie e zone centrali uguali. Il suo andirivieni ininterrotto di persone, taxi, tram, auto, bus; il tutto a un ritmo serrato, pungente, invadente, che non ti molla fino a che la giornata non finisce e finalmente puoi chiuderti alle spalle la porta di casa. 

Per non parlare dell’esigenza di monitorare costantemente il tempo e di dover calcolare tutto: quanto ci impiega il tram ad arrivare? Quanta strada c’è da x a y? Che margine di ritardo ho a disposizione? Che ne dici se tra una prima cosa e una seconda ne incastro una terza e una quarta così mi porto avanti? Fermarsi mai. Una corsa continua che non riguarda solo l’ambito lavorativo (quello in primis, ci mancherebbe) ma che finisce per intaccare anche quello personale, i rapporti sociali, le cose che devi fare e persino quelle che ti piace fare. E mi accorgo che questa cosa, a volte, fatico a scollarmela di dosso perfino ora che vivo a duecento chilometri di distanza. Perché, in qualche modo o anche solo in minima parte, Milano ti permea con il suo modo di essere.

E penso anche a quei mezzi sempre pieni, a cominciare dalla metropolitana acchiappata al volo da una fermata nell’estrema periferia est, che già alle 8 del mattino ti costringeva a condividere il tuo spazio intimo almeno con altre tre persone. 

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E alla lunga tutto questo (non solo i mezzi, parlo in generale) ti assilla e ti sfianca da morire. Ti mette ansia. Milano stanca. Perché si prende tanto di te, è come se ogni giorno ti succhiasse via le energie. Persino una tranquilla passeggiata per le vie del centro è capace di sfinirti.

Ecco, forse allora è tutto questo che ho smesso di tollerare, quando un anno e mezzo fa ho deciso di andare via. E sono tornata a vivere in una città più in linea con i miei ritmi, i miei bisogni, le distanze che ho voglia di percorrere.

Poi, però, ci sono anche i motivi per i quali a Milano ci sono rimasta sette anni. E se qualcuno mi chiede “com’è vivere a Milano” non posso trascurarli.

Perché anche se sei un poveraccio, una birra a tre euro alle Colonne te la puoi sempre permettere.     

Perché me ne sono andata via con il rimorso di non aver mai abitato tra le Colonne, i Navigli e Porta Genova, la zona dove più di tutte ci si sente a casa.

Perché Milano sa anche sorprenderti quando, tra grigiore e palazzoni, spuntano i cortili nascosti, i vicoletti, le botteghe degli artigiani e le gallerie d’arte.

Perché tu stesso, a volte, ti sorprendi nel pensare che anche Milano sa essere molto bella, se vuole. 

Perché oltre alle mega firme ci sono centinaia di negozi dai prezzi abbordabili dove, tutto sommato, per rifarsi il guardaroba non è necessario chiedere un mutuo.

Perché di sera, quando si fa davvero tardi e per strada non c’è nessuno, hai come l’impressione che il Duomo, Piazza Cordusio e gli altri palazzi eleganti del centro siano illuminati a festa solo per te che li osservi dal finestrino del tram mentre torni a casa.

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Perché quei mezzi tanto affollati alla fine ti portano ovunque, non importa quanto tempo ci impieghino.

Perché, grazie ai suoi tre aeroporti, potresti benissimo scegliere di raggiungere una destinazione diversa ogni settimana e andare avanti così per mesi, mesi e ancora anni (finanze permettendo).

Perché puoi sempre lasciarti il suo caos alle spalle rifugiandoti in uno dei suoi tanti parchi immensi.

Perché puoi scegliere di approfondire qualsiasi cosa, studiare qualsiasi materia e frequentare qualsiasi tipo di corso, persino quelli su un tema che al mondo interessa solo a te e a un altro.

Per i concerti, quelli veri, quelli dei big che tutti aspettano sempre con ansia.

Perché Milano ti stuzzica con l’opportunità di scegliere tra centinaia di opzioni diverse anche quando hai solo voglia di buttarti a letto con un libro in mano.

Perché Milano ti fa credere di avere sempre una possibilità, qualsiasi cosa questo voglia dire.

Perchè, nonostante non sia una città che facilita i rapporti sociali, io a Milano ci ho trovato una seconda famiglia.

Al di là di tutto non è stato facile decidere di andare via. Ma, ripeto, è questione di scegliere le priorità. Io, oltre alle priorità, ho fatto anche una scelta di stile di vita. E finora non me ne sono pentita.