Vivere a Roma

Ogni volta che mi si chiede di parlare di Roma, tremo: com’è possibile scrivere di una città così grande, sfaccettata, asfissiante e meravigliosa? Ma mi tranquillizzo sempre: si tratta di raccontare la mia esperienza, i miei quartieri, i dissapori, le idiosincrasie che riguardano ME.

Il mio rapporto con Roma

Il mio è un rapporto ambivalente, come quasi tutti quelli che intrattengo nella vita. La amo e la odio. Che banalità – direte voi. Eppure è proprio ciò che sento: la amo mentre cammino su una soleggiata Via dei Fori Imperiali, scansando turisti e acchiappando al volo note musicali provenienti dai lati. La odio in Via del Corso, laddove la bellezza è spesso occultata dai negozi in serie.

La amo mentre osservo i Mercati di Traiano ogni volta sotto una luce diversa. La odio quando mi guardo intorno e scopro una metropoli sporca e poco europea.

Mercati di Traiano

Mercati di Traiano

La adoro quando scappo da Piazza Navona, rifugiandomi nelle preziose vie laterali come Vicolo Savelli. La detesto quando entrare in metropolitana sembra più una partita di rugby che un’azione necessaria.

Il mio cuore batte per la storia, per l’arte, il clima e la gioia di una certa Roma. Smette di battere quando cerco lavoro e mi accorgo che tutti i luoghi comuni sull’Italia si concentrano lì, tra ministeri e raccomandazioni. Il sangue si fa fluido e vitale quando lo sguardo spazia sul Circo Massimo e le Terme di Caracalla, provocando piccole ma potenti scosse alla mente sovraffollata. Il respiro si fa corto non appena noto i volti crucciati di chi sa solo correre o stare chino su uno smartphone, incapace di guardare intorno a sé. Che senso ha, a quel punto, vivere in un luogo bellissimo?

Come vivo Roma

Per tutto quanto detto finora, vivo la mia città in modo schizofrenico, un giorno in un modo e il giorno dopo in un altro. È da un po’ di tempo che penso di scappare ma poi, appena passeggio a San Saba o mi siedo su una panchina nel Parco della Caffarella, laddove gli alberi ondeggiano come in campagna, quando osservo le lapidi del Cimitero Acattolico o compro frutta in un mercato rionale, ecco che il mio istinto è quello di fermarmi ancora per un po’. E mi riconcilio con il mondo.

Parco della Caffarella

Parco della Caffarella

Sapete cosa adoro (oltre alle cose appena menzionate)? Camminare lungo il Tevere le sere d’agosto, quando in giro per la città non c’è quasi nessuno. Sapere di avere il mare a due passi. Tornare a Piazza Bologna, per ricordare la mia vita di studentessa. E poi: farmi un aperitivo un po’ snob a Trastevere e chiedere un caffè macchiato a Campo de’ Fiori, dedicarmi una cena chic all’ombra del Colosseo ed entrare nelle pieghe della Roma di Pasolini. Osservare il Cupolone dal Giardino degli Aranci e seguire le orme del grande cinema, riscoprendo i luoghi di Sorrentino e quelli del Neorealismo.

Sono tante le cose che di quella città mi rendono felice: osservare il glicine che, in primavera, si insinua tra i palazzi gialli del centro e i gatti all’ombra delle colonne di marmo; mangiare una Carbonara come si deve a Testaccio o fare pensieri romantici a lume di candela, in quelle sere in cui il profumo di trachelospermum (il falso gelsomino) la fa da padrone.

Do you like Piazza di Spagna?

Piazza di Spagna

Roma: chi sei?

Non c’è niente da fare: Roma è una città del sud e a stento riesce a stare nei ranghi delle regole europee. È un luogo dove la passionalità di Buenos Aires si mescola al disordine di Gibuti e alle freddezze di un’Italia disillusa. Basta andare al cinema per rendersi conto dell’atmosfera che circola, del malcontento che serpeggia, dei sentimenti contraddittori di chi vive nella nostra capitale. È come amare un uomo o una donna meravigliosi, i cui difetti sono però insopportabili. È un continuo bilancio, quello che si fa schiacciati nella metro B, appollaiati su un autobus senza aria condizionata in pieno luglio o incastrati nel traffico del GRA, quando il venerdì sera non vedi l’ora di essere già a casa.

Quando sono arrabbiata, penso alla Roma frivola dei viziati, e a quella altrettanto odiosa dei radical-chic, finti poveri che amano recarsi nei luoghi sgarrupati alla ricerca di non si sa quale emozione. Penso a quei romani che non riescono a parlare senza raddoppiare o triplicare ogni consonante e alla sciatteria dilagante, che della moda italiana ha ormai fatto poltiglia.

Ma poi, la sera, mi siedo sul divano e faccio entrare dalla finestra la brezza gentile, cosa rara per una metropoli. Ascolto le urla di chi tifa la Roma, che arrivano attutite dalle pareti. La mattina apro gli occhi al verso dei gabbiani e mi chiedo se esistano altre capitali, nel mondo, dove il risveglio non è mediato solo dal rumore del traffico.

Di giorno lavoro al pc e posso farlo ovunque, a casa come in un bar, dove, a seconda di come girano al barista di turno, vengo chiamata signora o signorina. Ed è allora che capisco che Roma è una città per romantici, vagabondi incalliti, sognatori e per chi, alla precisione e ai modi garbati, in fondo al cuore preferisce il caos.

Villa di Massenzio

Villa di Massenzio

 

NB: tutte le immagini presenti in questo post sono state fornite da Roberta Isceri

Questo post è stato scritto da Roberta Isceri

Giornalista cosmopolita (origini siculo-pugliesi ma radici sparse ovunque), vive tra Roma e La Spezia. Gioisce quando legge, quando può disquisire di film o volare da una parte all’altra. Fondatrice di www.italiaterapia.com, ritiene che poche cose, più del viaggiare, facciano bene all’anima, motivo per cui ha dato questo strano nome al suo blog. Per rendersi felice e rendere felice chi la segue, scrive di ciò che sperimenta senza troppa pedanteria e con l’ingrediente che preferisce: l’ironia